Diario coronavirus /38

1 maggio festa dei lavoratori. Un lavoro che andrà rivisto in tutti i suoi paradigmi. Sui giornali si sprecano gli articoli che parlano di cambiamento, di nuove professioni. Io penso che il vero elemento che farà la differenza, in qualsiasi lavoro, sarà quello umano.

La prima pagina di oggi

Voglio riportare qui l’intervista fatta dal Corriere della Sera allo scrittore Stephen King


Oggi la giornata è trascorsa particolarmente tranquilla. Tempo uggioso, soprattutto al pomeriggio. Stamattina è arrivato anche il cappellino del Lupo Bianco.

Ieri  avevo detto che osservando un porta mi è venuto in mente un racconto.

Eccolo

Il professore a la porta

Al professore avevano detto di non oltrepassare mai quella soglia. Lui non ne volle sapere, figuriamoci se avrebbe mai creduto ad una storiella di poco conto che girava tra i suoi studenti.

L’uomo insegnava materie scientifiche: matematica, fisica e chimica. Scienze pure, razionali. I suoi colleghi di materie umanistiche gli avevano detto, in una di quelle cene in pizzeria di fine anno, che le sue erano materie aride, senza anima. Lui non aveva dato importanza a quelle affermazioni. Le nozioni che distribuiva tutti i giorni ai suoi alunni, nella loro inattaccabile logica, avevano un qualcosa di filosofico, spirituale. Lo aveva capito anni prima quando, anch’egli studente, aveva avuto la fortuna di trovare un mentore che gli venne in aiuto spiegandogli il sottile fascino della metafisica nella fisica. La proporzione dei numeri, l’equilibrio delle formule chimiche, la capacità della fisica di spiegare il funzionamento dell’universo potevano essere equiparati all’impronta di Dio.

Ma Dio non permetteva di viaggiare nel tempo oltrepassando una porta, come avevano riferito ingenuamente i suoi studenti e l’unico metodo per demolire la loro storia era quello empirico: avrebbe provato di persona.

Così una notte, alle undici e undici in punto, il professore andò dinnanzi alla porta. Si trovava in una via del centro storico, in una antica casa che risaliva al medioevo, una delle poche testimonianze di quei tempi ancora esistente.

La porta era esattamente come gliela avevano descritta. In legno, suddivisa in sei grandi pannelli intarsiasti con motivi floreali intervallati da piccole ma ricorrenti teste di mostri e di leoni.

Non aveva un pomello, né un batacchio. Per aprirla il professore seguì le indicazioni della leggenda: bussare per sette volte sulla testa in rilievo del terzultimo mostro sul pannello in centro a sinistra. Così fece. La porta si spalancò.

Il professore rimase stupito, pensava che la  parte iniziale della leggenda, l’apertura della porta, fosse la prima di una serie di colossali frottole, dicerie.

Varcò la soglia.

Sentì un freddo intenso, umido, penetrante, come se ci fosse la nebbia e un odore forte di stantio, di muffa. Gli tornò in mente quando suo padre, da bambino, lo mandava in cantina a prendere il vino. Stesso odore. 

Gli sembrò di sentire la voce di suo padre. Anzi, ne era sicuro. Lo stava chiamando. Si precipitò lungo le scale che appena dopo la porta scendevano lasciando intravedere un ambiente buio. Continuava a sentire quella voce. Peccato che suo padre fosse morto sette anni prima.

Arrivato metà delle scale il professore non sentì più nessuna voce. Si rese conto che gli girava la testa, si sentiva strano, intorpidito.

Vide una luce provenire da una stanza proprio di fronte lui. 

«Desidera?»

L’uomo ebbe un sussulto, si spaventò.

Di fronte a lui c’era una persona. Sembrava un maggiordomo. Vestiva un completo con una giacca nera, il panciotto e una camicia con il foulard. In testa aveva una parrucca con i riccioli bianchi.

«Mi scusi – rispose il professore – io non dovrei trovarmi qui, ma quei simpaticoni dei mie studenti mi hanno etto che…»

La frase fu interrotta dall’esclamazione del maggiordomo.

«Non si preoccupi, la stavamo aspettando, prego si accomodi».

Seguì quella oscura figura che gli fece strada in un lungo corridoio, illuminando l’ambiente con una lanterna.

Si trovarono in un’ampia stanza, con un camino acceso. Alle pareti erano appese antiche mappe geografiche di paesi che stentava a riconoscere.

Gli spazi di quella casa non avevano senso. Il corridoio percorso era troppo lungo e senza nessuna apparente funzione architettonica, mentre il soffitto in legno, con le travi a vista, era troppo alto per essere inserito in normali proporzioni geometriche.

Il professore sentiva sussurrare. Il maggiordomo scomparve e contemporaneamente apparvero poltrone, divani, librerie, tavoli e scaffali. Ebbe l’impressione di trovarsi all’interno di un circolo, uno di quelli che esistevano in Inghilterra, dove nelle nebbiose serate invernali, i nobili si ritrovavano per parlare di politica, cultura, finanze, incontri amorosi e cavalli. 

Davanti al professore si materializzarono una serie di persone. Uomini e donne elegantissimi, tutti conversavano tra di loro con bicchieri in mano. Le donne ridevano, gli uomini dai lunghi baffi e dalle folte barbe fumavano sigari. Gli abiti avevano una foggia ottocentesca.

Il professore sentì salire l’ansia che poi si trasformò in eccitazione, poi in calma, poi in consapevolezza. Si intrattenne a parlare con alcuni signori mentre sentiva lo sguardo languido delle donne verso di lui.

Discusse con perfetti sconosciuti di matematica, di fisica, di chimica, di suo padre. Confessò aspetti inconfessabili della sua vita a perfetti sconosciuti. Gli fu servito un bicchiere con una bevanda alcolica, fumò sigari e mangiò tutto quello che voleva da un tavolo allestito vicino al camino.

Vide una immensa libreria che sembrava non finire mai e sbirciò tra i libri conservati tra gli scaffali.

Un uomo con folti baffi bianchi a manubrio gli confidò che in quella libreria avrebbe trovato qualsiasi libro in grado di fornire qualsiasi risposta.

Il professore ne prese uno, lo aprì. Aveva un profumo acre, penetrante, un misto tra la carta bruciata e il salmastro delle olive. Rimase basito, sconcertato dalle parole che lesse. Erano l’esatta risposta alla sua domanda. 

Decise che era arrivato il momento di andarsene. 

Salutò il suo interlocutore il quale lo ammonì:

«Lei è liberissimo di andarsene, ma se esce non potrà mai più entrare».

Fece il percorso a ritroso. Il corridoio gli sembrò molto più corto. 

Appena fu in strada venne abbagliato da una luce accecante.

Guardò l’ora. 

Impossibile, l’orologio segnava la stessa ora di quando aveva oltrepassato quella porta.

Fece pochi passi quando sentì un urlo. Si girò di scatto e vide un signore che lo indicava con il braccio teso. Gli ricordava tanto qualcuno.

«Professore – esclamò ad alto voce l’uomo paonazzo – ma allora è vivo!».

«Veramente – rispose – non ricordo di essere mai morto. Ma lei chi è? Mi sembra di conoscerla»

Il signore rispose «Professore, sono stato il suo allievo, Piero Scarpo»

«Piero? Ma come è possibile? Lei mi sta prendendo giro. Quando ti ho visto per l’ultima volta, circa due ore fa, eri un ragazzo e adesso sei un uomo».

«Professore – rispose Piero – ma io adesso ho quarant’anni e lei…non è più tornato».

Il professore si sentì mancare. All’inizio pensò si trattasse di una burla, ma quell’uomo era davvero il suo studente, ne era sicuro.

«Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo visti?»

«Professore – rispose Scarpo – dall’ultima sua lezione sono trascorsi venticinque anni» 

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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