Viverone tra preistoria, leggende, draghi e fantasmi

Il lago di Viverone si trova tra colline moreniche ed è inserito in quello che viene chiamato l’anfiteatro naturale di Ivrea. 

Le popolazioni che abitavano il lago hanno origini antichissime che risalgono all’età del Bronzo, come testimoniano gli interessanti ritrovamenti archeologici.

3500 anni fa, una civiltà indigena stanziata nell’Italia Nordoccidentale, iniziò ad abitare le sponde del lago creando un villaggio su palafitte. Dall’acqua ricevevano riparo e sostentamento. Nel lago di Bertignano, un piccolo bacino poco distante da Viverone in direzione nord-est, furono scoperte alcune piroghe ricavate da tronchi d’albero. 

Fu Guido Giolitto, studioso di archeologia che nel 1965, iniziò le ricerche sui fondali bassi del lago scoprendo il primo agglomerato di palafitte. Da allora le ricerche sono proseguite fino a portare all’individuazione di sette siti lungo la costa nord-occidentale. In particolare furono studiati i pali. Da questi studi emerse che esistevano tipologie di abitazioni molto diverse tra loro, collegate a terra mediante passerelle coperte.

Dallo studio di manufatti, vettovaglie, recipienti in bronzo e in ceramica, gli studiosi concordano sul fatto che gli antichi abitanti del lago erano un popolo economicamente molto attivo che si dedicava all’agricoltura, all’allevamento e all’ artigianato.

Viverone in epoca romana era un centro strategico  sulla via che collegava Ivrea a Vercelli. I pellegrini della via Francigena attraversavano la Valle d’Aosta e scendevano verso Ivrea passando per Viverone da dove proseguivano il loro cammino.

Su Viverone si raccontano diverse leggende.

Pare che, intorno al 350 d.C. niente meno che San Martino, cercò ospitalità ad Ivrea dove nessuno gli offrì rifugio e ristoro. Il Santo raggiunse quindi il lago di Viverone navigando sulla Dora Baltea a cavallo del suo mantello. Nei pressi di Anzasco sulla riva del lago, egli fondò un borgo con il nome San Martino che oggi non esiste più. Pare infatti che Dio decise di inviare un angelo sotto le sembianze di un mendicante a chiedere ospitalità passando di casa in casa. Solo poche famiglie lo accolsero. Dio fece allora avvertire coloro che avevano aiutato l’angelo, per avvisarli di abbandonare quanto prima il luogo perchè avrebbe fatto sparire il borgo nelle acque. Assieme alle case anche la Chiesa di S. Martino fu inghiottita dalla furia divina e secondo la leggenda,  dal lago si sentirebbe ancora suonare di notte la sua campana.

Anche un fantasma aleggia sulle rive del lago. Si tratterebbe dello spirito di una donna, che nelle notti di luna piena si manifesta sulle sponde, in cerca di pace. Si racconta che la giovane fanciulla si tolse la vita per un amore non corrisposto.

E come ogni lago che si rispetti anche quello di Viverone ha il suo mostro o meglio, lo aveva.

La leggenda è conosciuta come quella di “San Bononio e il Drago volante”. Il sacerdote Carlo Benedetto narrò  l’ eroica battaglia di Bononio col terribile drago:

«Apparso sulle rive del lago di Viverone, nelle melmose acque della Torbiera di Moregna. Tratto, tratto uscivane puzzolente e, strisciando insidioso per le boscaglie di Monfriodo e del Monte, volava spaventoso sull’abitato, ed, ove piombava, seminava morte. S. Bononio dal suo romitorio, colla croce in alto, muove in gloriosa tenzone col mostro, volteggiante in alto sopra Settimo. Alla sua preghiera e benedizione il drago piomba in terra; ma questa si apre in voragine e lo inghiotte, chiudendosi sopra. Settimo Rottaro festante acclama Bononio, che in solitudine se ne ritorna. Più tardi, là nel luogo, ove il drago sprofondò, i padri vetusti eressero a Bononio una chiesa”.

Un’altra voce popolare sosteneva invece che il terribile drago sarebbe sprofondato in terra all’inizio del paese, in direzione d’Albiano.

Vicino a Viverone esiste un castello, quello di Roppolo, infestato da un fantasma. 

Nel 1837 il proprietario del maniero commissionò alcune opere di ristrutturazione. Durante i lavori una parete cedette sotto i colpi dei muratori i quali si trovarono davanti ad una buia intercapedine. Uno degli operai volle esplorare il pertugio e prima di entrare fece luce con un lume a petrolio. L’uomo si trovò così di fronte ad un’armatura in ferro con all’interno lo scheletro di un misterioso cavaliere. Probabilmente si trattava dei resti del conte Bernardo Mazzè ucciso a tradimento secoli prima. Da quel momento sembra che nel castello cessarono di colpo tutti gli strani fenomeni che si verificavano di notte come spaventosi rumori metallici e inspiegabili apparizioni luminose che però, c’è chi dice di sentire e vedere ancora oggi.

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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