San Mateu d’Albarca

Domenica mattina di ottobre, sembra tarda estate e forse lo è ancora. Ibiza, San Mateu. Con l’amico Davide Traversa sto attraversando il piccolo borgo nel nord de la Isla.

Passiamo davanti alla chiesa, lentamente. 

Chiedo a Davide di fermarsi. armo la macchina fotografica.

C’è un’atmosfera irreale, attimi. 

Il paese è quasi deserto, c’è solo un cane che gironzola.

Mi abbasso per avere l’inquadratura migliore sulla chiesa.

Il cane se ne accorge, ci guardiamo per un attimo e lui sembra leggermi nel pensiero. Si mette in posa. Lo guardo e scatto.

Il Podenco è anche conosciuto come “ca eivissenc” e questo la dice lunga sul fatto che sia il cane tipico de la Isla. Ma c’è di più.

Il cane appartiene ad una razza antichissima che proviene dall’Egitto. Ci sono infatti tracce dell’animale nei bassorilievi all’interno delle tombe di Beni-Hassan. Una sorta di Podenco ancora alle origini da quale si è poi evoluto il ceppo al quale appartiene il cane che si vede oggi su la Isla.

In origine il Podenco non era un cacciatore ma a Ibiza trovò un habitat ideale per procacciasi il cibo cacciando, attività in cui divenne formidabile.

Il Podenco è un cane agilissimo, veloce, individualista, intelligente, solitario e tattico al quale gli egiziani attribuivano virtù sacre tanto da essere considerato un animale imprescindibile per la vita oltre la morte.

Ma da chi è stato introdotto a Ibiza?

Alcuni storici sostengono che il cane sia stato portato dai Fenici, altri dai Romani che lo avrebbero importato per limitare le distruzioni causate dalle lepri alle colture.

L’esatto arrivo del Podenco a Ibiza rimane comunque un mistero.

Il modo elegante e micidiale del Podenco di cacciare la lepre fu descritto dallo scrittore Miguel Delibes:”Vederlo cacciare è uno spettacolo affascinante…caccia incruenta, senza sangue”.

La storia di Davide Traversa

Ho (ri)scoperto negli ultimi mesi questo piccolo villaggio, sperduto nel nord della Isla, in quella regione geografica che viene chiamata Es Amunts e che racchiude la Ibiza più autentica e semplice.

E più semplice di così non può essere questo piccolo pueblo costituito da una chiesa, due ristoranti e un pugno di case sparse per la valle, famosa per essere la zona di Ibiza dove si produce il vino.

Ma Sant Mateu d’Aubarca (questo il nome originale in eivissenc) racchiude una delle baie più inaccessibili di tutta l’isola: Cala d’Albarca.

Questa enorme baia a forma di U, con pareti di roccia alte fino a 300 metri, mi ha sempre affascinato e le vie per accedervi non sono assolutamente semplici.

E ho iniziato così, quando avevo un attimo libero, a esplorare la zona.

Per me si è trasformato in un rituale  il fatto di prendere l’auto, allontanarmi dal caos di Eivissa, vedere il traffico diradarsi sempre più fino a Santa Gertrudis, poi ancora meno sulla strada che porta, in mezzo ai campi, a Sant Mateu. E qui decidere quale lato di Cala d’Albarca avrei esplorato quel giorno. Il lato ovest con i suoi resti storici di misteriosi insediamenti perduti o il lato est, con impressionanti spettacoli della natura.

Il mio primo giorno di esplorazione, in una mattina di inizio giugno afosa e nuvolosa, partì dalla zona ovest, su un sentiero abbastanza noioso e lungo, al termine del quale spuntai su un mirador (belvedere) con una vertiginosa caduta libera. Sentii una strana energia negativa in quel punto e non ci rimasi per molto. Scoprii al mio ritorno, facendo alcune ricerche, che quel luogo si chiamava Es Alls, da dove pare furono lanciati nel vuoto gli ultimi arabi di Ibiza.

La volta successiva non organizzai molto il percorso e cercai di farmi guidare più dal mio istinto che dalle mappe o dai percorsi che avevo. E, come capita spesso, l’isola ti ricompensa con sorprese meravigliose quando decidi di lasciarti trasportare dal suo flusso. Mi avventurai su sentieri poco battuti della parte ovest, scoprendo dei belvedere pazzeschi su una cala che non conoscevo, chiamata Cala d’en Sardina.

La terza e la quarta volta decisi di esplorare la zona ad est, più frequentata specie in alta stagione. Nella prima «spedizione» presi il sentiero che conduce a un luogo di cui avevo tanto sentito parlare, «la cueva de la luz», una fossa naturale nella roccia da cui entra acqua del mare e la luce del sole la colora di un azzurro intenso.

Se dovessimo fare una classifica dei posti più sperduti, difficili e pericolosi da raggiungere dell’isola, penso che la cueva de la luz potrebbe comodamente stare nelle prime posizioni. Questa incredibile meraviglia della natura si trova nella zona di Cala d’Albarca e consiste in una sorta di enorme pozza d’acqua collegata al mare da un tunnel sottomarino.

Nei giorni dove il sole batte sul mare davanti alla cueva, l’acqua assume una colorazione blu intensa e sembra illuminata dal basso, da qui il nome. Purtroppo non ho avuto la fortuna di vedere questo spettacolo quando sono sceso, in quanto alcune nuvole coprivano il sole, ma la discesa é una vera avventura e la parte finale lascia realmente a bocca aperta anche il camminatore più esperto. C’é anche una leggenda nera legata a questo posto: pare che infatti anni fa fu ritrovato qui un cadavere che galleggiava nella pozza, probabilmente di qualcuno che aveva deciso di tuffarsi nella grotta ma che poi non riuscì a risalire. Non mi viene difficile crederlo, vista la estrema pericolosità del luogo. Infatti chi decidesse di tuffarsi, ha come unica via d’uscita la salita attraverso il tunnel che conduce al mare.

Nella quinta spedizione scesi fino all’incredibile ponte di roccia e poi giù fino al mare, un posto davvero unico.

Infine nel mio sesto viaggio, ebbi la fortuna di incontrare una coppia di ragazzi, che ho dedotto essere molto esperti della zona, ed ho finalmente raggiunto i resti del misterioso insediamento di Tor d’en Lluc e un mirador incredibile sulla Cala. I due ragazzi, che andavano rapidi come scoiattoli, li ho persi di vista e mi rimase il mistero su dove stessero andando. Così pochi giorni dopo mi misi alla ricerca e scoprii che la zona nascondeva altri segreti. Cala d’Albarca già in passato per la sua posizione e per la vertiginosa altezza, era usata come avamposto di controllo contro eventuali attacchi dei nemici.

Scendendo è facile incontrare vecchi insediamenti di pietra. Il sentiero è abbastanza duro, con un dislivello di circa 300 mt che, specie al ritorno, impegna parecchio sotto il sole.

Lo spettacolo naturale però toglie il fiato. E’ talmente maestosa che l’unica cosa da fare è sedersi ed ammirare questo splendido gigante in tutta la sua bellezza. 

Ed ecco la incredibile storia che nasconde Cap des Mossons, il promontorio sulla sinistra della cala, che conosciamo grazie a Joan Mari Cardona, Canonigo Archivista, che nei suoi studi sulla zona di Balansat (San Miguel), trovò all’interno degli arhivi ecclesiastici la storia di questo personaggio…

Nel mese di gennaio del 1664 arrivò a Ibiza un avventuriero siciliano chiamato Sebastiàn Belloto, tessitore di mestiere ma dalla vita errante, tanto da essere conosciuto per non passare più di due giorni nello stesso posto. Qui conosce Antoni Torres “Gibert” di Malafogassa [NDR : l’attuale zona di Santa Gertrudis de sa Fruitera], col quale instaurò fin da principio una singolare affinità e amicizia.

Appena arrivato sull’isola tutti iniziarono a chiamarlo “S’Aiguader”, per la speciale dote che possedeva di individuare acqua e qualsiasi cosa occulta nelle viscere della terra, specialmente tesori, cosa che continuava a ripetere.

Belloto contagiò con la sua ossessione alcuni vicini, che arrivarono ad alimentare questa storia, collaborando con Belloto in alcuni macabri rituali per far confessare ai morti i luoghi nei quali, quando erano in vita, avevano interrato i loro tesori. Pare infatti che tutto partì dal ritrovamento di due tombe antiche effettuato da alcuni contadini mentre aravano i loro campi. Belloto subito affermò che erano le tombe di un tale Sansone e della sua sposa Persia, che prima di morire avevano sotterrato una inenarrabile fortuna. Dopo giorni passati a scavare nel sito del ritrovamento senza scoprire nulla, sentenziò che doveva esserci un incantesimo, fatto da un tale Petito. E fu da allora che iniziarono questi rituali. Belloto si chiudeva in un cortile e iniziava una “lotta” contro Petito e venne fuori che c’erano anche altri tesori: quello di un tale Barca (nascosto in Albarca) e quello di una tale Fatima, (nascosto in Corona). [NDR : Albarca e Corona sono due zone della parte Nord dell’isola, tra i Municipi di Santa Agnès e San Mateu]. I riti iniziarono inoltre anche a svolgersi in una grotta nella zona di Fruitera.

Fu a questo punto che le sue attività arrivarono all’orecchio dell’Inquisizione. Il siciliano fu incarcerato a Maiorca e gli fu proibito per sempre di far ritorno a Ibiza. Fu inoltre frustato e bollato come negromante, pertanto nemico della fede.

Però il suo amico Toni Torres “Gibert” non si diede per vinto e vent’anni dopo volle tentare la ricerca del tesoro nella grotta di Jaume Orat dove, secondo il siciliano, si accumulavano immense ricchezze. Trovati alcuni soci per questa impresa, incontrarono la grotta e furono rassicurati dal trovare all’ingresso una pietra scolpita a mano, un segno che lì si trovava il tesoro. Ovviamente non trovarono nulla e fu un’altra volta il Tribunale dell’Inquisizione a porre fine alla vicenda, questa volta però dichiarando Toni non colpevole di alcun reato contro la fede cristina.

Nel Capo d’Albarca ci sono quattro grotte, ognuna con un proprio nome, che si incontrano in quest’ordine: Cova des Pi, situata giusto sotto a un rifugio per i lavoratori delle cave di carbone e di alcune piante di fichi; la Cova di Jaume Orat, appena un po’ più a Nord; la Cueva de Ses Estelles, più sotto nella scogliera; e quella “Des Librell”, ancora un poco più sotto, nella parete di roccia e con una “balconata” che offre spettacolari viste su Cap de Rubiò e la Cala tra i due promontori. La Cova de Librell si chiama così per una pozza che raccoglie l’acqua che filtra nella roccia situata all’entrata, nella parte Nord, e attualmente secca per la scarsa piovosità. Questa Cova è la più difficile da incontrare e quella che ha il peggior accesso, anche se è la più spettacolare di tutte, anche solo per la vista impressionante su Cala d’Albarca.

È indicata con una corda legata a due sabine e che può anche servire, sebbene senza fidarsi ciecamente della sua resistenza, per passare dall’altra parte della parete rocciosa dietro la quale si trova la grotta.

E sebbene in tutta la documentazione sulla zona siano menzionate solo queste quattro caverne, prima di arrivare all’ultima di esse, è ancora possibile trovare una grotta aperta verso il cielo che può creare confusione tra coloro che cercano solo quattro grotte in Es Cap des Mossons, già che questa si trova al quarto posto, prima di quella des Llibrell.

È luminosa, con una colonna al centro, è allo stesso livello della grotta di ses Estelles e, curiosamente, non sembra avere un nome.

Tratto dal libro di Gian Luca Marino Ibiza misteriosa con le storie di Davide Traversa Undici Edizioni

Fotografie di Gian Luca Marino

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: