Diario coronavirus /24

Una scatola del tempo. Ho recuperato il contenitore in legno decorso che vedete nell’immagine e ho iniziato a conservare al suo interno tutti gli articoli di giornale significativi che andranno a creare una raccolta su questi giorni.

Non la aprirò subito, solo dopo un certo periodo di tempo.

La prima pagina di oggi

Su Facebook oggi il diario dell’amico medico Sergio Macciò riporta:

DIARIO DI BORDO – 17 Aprile a.d.c. (Anno del Corona)

PUNTI FERMI

<< Quando vi siete accorti, quando avete avuto la percezione dell’inizio?>>

Questa la domanda che il caro amico, lo scrittore e giornalista Gian Luca Marino, mi ha rivolto qualche giorno fa.

Stava svolgendo un’indagine personale.

Ho risposto via WhatsApp quasi di getto.

Non ho avuto necessità di scavare nei meandri della memoria.

C’era un’immagine netta, decisa, scolpita.

L’immagine ha i colori bianchi e rossi. Alternati a bande disposte diagonalmente, affiancate a formare un lungo, lunghissimo rettangolo.

È l’immagine del cordone di sicurezza che viene tirato per impedire l’accesso ad un corridoio, una stanza o un ascensore.

Il ricordo ha anche il colore giallo fosforescente attraversato da una banda bianca. È il giubbotto del personale di sicurezza comparso all’improvviso quasi dal nulla.

Il ricordo ha una voce, perentoria: << passaggio chiuso, non si passa>>.

Si osservava attoniti quella scena e per la prima volta il mondo che si fermava. Il DEA che si svuotava, i passi concitati. I primi “astronauti” comparire dietro l’angolo del corridoio DEA che dalla mia visuale, la porta in fondo all’Unità Coronarica, a malapena era visibile.

La comparsa degli astronauti voleva dire una sola cosa possibile, era scattato il piano.

Avvicinai uno dei giubbotti gialli. << Ne è arrivato uno?>>

<< SI >>.

Perché c’era quasi il timore reverenziale nel pronunciare il termine. Mi torna in mente la saga di Harry Potter.

Chi ha letto i romanzi della Rowling sa bene chi è “Tu sai chi” o “Colui-che-non-deve-essere-nominato” Lord Voldemort, una personalità talmente malvagia che pronunciarne il nome stesso rappresentava un tabù.

Allo stesso modo il COVID all’inizio era “ne è arrivato UNO”.

Quel giorno, di fronte a quei giubbotti gialli, alle strisce, ai blocchi che non ti permettevano più di percorrere corridoi calpestati per anni, ci fu la percezione netta che tutto stava cambiando.

Che si stavano chiudendo velocemente porte e finestre. Che la libertà si stava riducendo.

Non ricordo la data precisa (ma i colleghi DEA di sicuro).

Di li a breve giunse la tenda esterna della Protezione Civile per il triage differenziato COVID e NON-COVID.

Era la nostra “Apartheid” che nasceva. Positivi e negativi.

Nell’arco di pochi giorni l’ospedale si sarebbe diviso tra sporchi e puliti, tra “dentro” e “fuori” in un continuo mutare.

Quel giorno, il primo, tornando a casa mille pensieri. È arrivato. E ora? Rischieremo (due genitori che lavorano in ospedale) di portarlo a casa?

Decidemmo di “militarizzare” da subito la gestione sporco/pulito anche a casa. Contenitore per vestiti all’ingresso, niente da fuori doveva entrare dentro. Niente orologi, anelli, via la barba scomoda sotto la maschera.

Poi ci fu un secondo giorno che si è scolpito nella memoria. E questo penso nella memoria di tutti noi.

Fu il giorno in cui ci svegliammo in “zona rossa”.

Per la prima volta nella vita la nostra libertà, quella di chi ha visto l’era d’oro delle democrazie nate o rafforzate dopo il secondo conflitto mondiale, ci veniva sottratta.

Eri prigioniero. All’improvviso andare a trovare un parente a 20 km era diventata un’impresa impossibile. Quella mattina affacciati alla finestra, ai balconi osservavamo un cielo all’improvviso divenuto straniero.

Eccoli caro amico i due giorni che mai dimenticherò.

E ricordarli servirà ad apprezzare tutto ciò che di bello, semplice e scontato come la libertà avevamo senza accorgercene e riavremo quanto prima se ci impegniamo tutti.

17 di Aprile …. Ricordi indelebili …..

Da quando gli ho fatto quella domanda, mi sembrano trascorsi anni e invece sono giorni, avevo bisogno di dare delle misure, una logica temporale e cronologica di quando esattamente tutto è avvenuto.

Questa sera, mentre portavo il mio cane a fare due passi vicino a casa, su una panchina ho notato un povero libro abbandonato.

Mi è dispiaciuto. Il titolo non è molto accattivante ma…i libri non si abbandonano.

Mi piace immaginare che qualcuno lo abbia lasciato lì come una specie di messaggio chiuso in una bottiglia e lasciato tra le onde del mare…chissà dove andrà.

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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