Diario coronavirus /15

8 marzo 2020 – la mia città è tra le province del Piemonte ad entrare in zona rossa

8 aprile 2020 – è trascorso un mese

Sì, un mese e mi sembra che sia passato un anno…

Il tempo scorre lento, cadenzato da gesti uguali dove cerco la straordinarietà nell’ordinarietà.

I risvolti negativi di questa quarantena forzata li conosciamo tutti, vorrei soffermarmi sui lati positivi.

Apprezzo di più le piccole cose, i piccoli gesti, le telefonate che avvengono sempre alla stessa ora, la colazione, il pranzo e la cena.

Siamo tutti in una grande bolla.

A volte ho come l’impressione che quando tutto questo finirà dovrò riabituarmi.

Ricordo che quando da bambino per un qualsiasi accidente mi veniva la febbre, ora di uscire di nuovo ero debole, mi mancavano le forze. 

Nel giro di poco più di un mese il mondo è cambiato e penso che sia un’utopia pensare di tornare al vecchio .

Io non mi immagino di ripartire ma di ricominciare da zero con i parametri cambiati. Una tabula rasa che forse ci farà bene, o forse no. Tutto dipende dalla consapevolezza che abbiamo acquisito in questo periodo.

Non ci sarà una ripartenza repentina. Almeno credo.

Si andrà per gradi, giorno dopo giorno.

Cambieranno le abitudini, il modo di stare assieme, di andare a prendere l’aperitivo, al ristorante, di viaggiare. 

In questi trenta giorni ho capito che cosa è importante per me e cosa no.

Le storie mi hanno tenuto vivo, il leggere, l’ascoltarle e soprattutto il raccontarle.

Ecco la mia consapevolezza: l’essere un narratore.

Soprattutto all’inizio di questi giorni ho avuto molta paura. Un timore ancestrale per me, per i miei cari. 

Un mese fa, era sera, stavo parlando al telefono con un mio caro amico, e ci dicevamo che per Pasqua saremmo usciti per andare a vedere i Sacri Sepolcri come abbiamo fatto l’anno scorso. A ripensarci adesso mi accorgo quanto grande fosse la nostra ingenuità.

Tornando a quel 8 marzo un’altra sensazione che mi sovviene è essermi sentito come in un recinto, un luogo dagli spazi vitali garantiti ed essenziali ma dai quali non hai la libertà di entrare e uscire.

Oggi mia moglie ha fatto il pane in casa ed è venuto davvero squisito. Mi ha raccontato i suoi ricordi da bambina quando aiutava la nonna a fare il pane che durava per tutta la settimana. Una volta estratte dal forno con la pala di legno, le forme di pane venivano poste a riposare su panni bianchi di lino. Un’immagine seducente. Ho sempre avuto una sorta di attrazione per le pale in legno del pane. Anche se ne ho viste pochissime in azione mi piace la loro forma, il pensiero che pur essendo fatte di legno stanno a contatto con il fuoco giusto il tempo necessario per non incendiarsi e per far emergere il pane. 

Penso che nel mondo di prima abbiamo smarrito la passione per gli elementi della natura, la loro magia e il loro mistero. Eppure la vita e l’universo si basano su di essi. 

Oggi un amico medico che tiene un diario su Facebook ha espresso alcuni concetti che mi ha molto fatto riflettere:

Non abbiamo capito in tempo.

La Cina era qualcosa di lontano geograficamente e culturalmente parlando.

Un mondo ancora chiuso, notizie filtrate, controllate.

Come tentare di osservare una enorme stanza dagli alti soffitti attraverso il buco di una sottile serratura. Si ha per forze di cose una visione ristretta, si possono tentare stime, ma non sapremo mai come è veramente quella stanza.

Abbiamo espresso scetticismo sin dall’inizio circa le notizie, i dati, i numeri dell’epidemia cinese.

Abbiamo guardato alla quarantena militare cinese con gli occhi giudicanti di chi vive in democrazie sicure, avvolgenti. Mai dalle nostre parti sarebbe sceso l’esercito nelle strade.

Abbiamo guardato con invidia ed ammirazione costruire un ospedale di migliaia di posti letto in 10 giorni. Cose dell’altro mondo, si diceva.

Si diceva anche che in Cina l’epidemia avesse colpito così duramente per le condizioni igieniche soprattutto nei sobborghi delle grandi megalopoli, la povertà, la commistione tra uomo e animale.

Da noi sarebbe andata diversamente.

Noi avevamo un tessuto sociale, sanitario e di igiene ben diverso (ah quante illusioni ci siamo fatti!).

Non abbiamo creduto ai numeri quando l’epidemia cresceva in Cina. Si pensava fossero maggiori ma nascosti dal controllo del governo sui mass media.

Eppure, guardate come è strano l’animo umano, appena dalla Cina sono arrivati segnali di disgelo, appena hanno affermato di aver raggiunto il picco, appena hanno detto che si poteva allentare la quarantena gli abbiamo creduto subito. Avevamo bisogno di credere. Credere che effettivamente non era poi la tragedia che si temeva.

Avevamo bisogno di credere che potevamo non interessarci di questo problema, che ci avrebbe solo sfiorati.

Sui TG e nei salotti televisivi (e siamo a fine febbraio) illustri virologi (che oggi si ergono a paladini della lotta contro il coronavirus) ci rassicuravano insieme al ministro della salute che da noi sarebbe stata poco più di un’influenza normale (che sensazione rivedere ora quei filmati).

E su questo errore, questo cullarsi sulla nostra presunta forza sanitaria, su una presunta invulnerabilità dei sistemi occidentali, su tutto questo siamo franati.

L’onda ci ha preso in pieno. La Lombardia è caduta per prima e con una velocità sorprendente.

Il sistema sanitario non era pronto, le istituzioni non erano partite per tempo a fare incetta di DPI (Dispositivi di Protezione), ed a emergenza scoppiata si sono accorti che tutti, nel mondo, li cercavano disperatamente.

Così i primi ad ammalarsi e ad essere fonte di contagio sono stati proprio i sanitari.

Non abbiamo inoltre compreso sin da subito che c’erano due campi di battaglia.

Uno negli ospedali e uno fuori. La gestione e il modello italiano di assistenza sul territorio era evidentemente non preparo ad affrontare una crisi di questa portata e questo ha consentito il diffondersi di focolaio incontrollati soprattutto in paesi o strutture ad alta concentrazione di pazienti anziani e fragili.

Abbiamo sbagliato tanto.

Poi ci siamo rialzati. Abbiamo costruito anche noi ospedali in 10 giorni.

Abbiamo fatto il punto e siamo ripartiti. Ora è importante NON ripetere gli errori. Imparare la lezione. Rischiamo di sbagliare ancora?

Questa è la sintesi di questo mese trascorso. Grazie Sergio.

Dimenticavo.

Ecco la prima pagina del giornale di oggi 

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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