La Fetta di Polenta – Passeggiate nel Mistero a Torino

Siamo in corso San Maurizio, a pochi passi dalla Mole Antonelliana, da Palazzo Nuovo e dal Po.

Osserviamo con attenzione l’angolo tra il corso e via Giulia di Barolo.

Proprio qui si trova il palazzo conosciuto come La Fetta di Polenta, ossia casa Scaccabarozzi.

Guardando frontalmente la costruzione da corso San Maurizio, si nota che essa è molto stretta e si sviluppa in verticale. Ma la vera sorpresa inizia spostandosi in via Giulia di Barolo dove, osservando bene il palazzo, si ha l’impressione che esso sia completamente piatto.

Un’illusione  che si svela grazie ad un gioco ottico e prospettico dovuto alla forma trapezioidale della costruzione lunga sedici metri su via Giulia di Barolo, larga cinque su corso San Maurizio e appena cinquantaquattro centimetri sul lato opposto.

La Fetta di Polenta fu progettata dal noto architetto Alessandro Antonelli. La storia vuole che la sua forma sia dovuta alla ridottissima porzione di terreno concessa all’architetto per edificarla.

Il palazzo è composto da nove piani, di cui due sotterranei e sette fuori terra, collegati da una scala talmente piccola da non consentire il passaggio dei mobili. è proprio la profondità delle fondamenta che conferisce all’edificio la sua proverbiale stabilità. 

Sul lato di cinquantaquattro centimetri, per ottimizzare al massimo lo spazio, Antonelli ricavò un cavedio per collocarvi il condotto della canna fumaria, parte delle condutture idriche e locali per i servizi igienici a tutti i piani, per ciascun appartamento.

Il prospetto retrostante, opposto a via Giulia di Barolo, è invece completamente privo di finestre mentre, osservandolo dal corso, l’edificio presenta una lieve pendenza verso la via attigua.

Antonelli dedicò particolare cura ai dettagli e dotò l’edificio di ampie finestre e numerosi balconi.

I mobili non potevano passare dalle scale, abbiamo detto. Ma allora l’Antonelli che rimedio pose a questo inconveniente non certo trascurabile? 

Semplice. Egli fece installare una carrucola esterna per portare dentro i mobili. 

Su questa curiosa vicenda si racconta una storia e non si sa di preciso se sia leggenda o realtà.

Pare che il problema dei mobili che non riuscivano ad entrare,  emerse mentre il geniale e stravagante architetto stava pranzando. Si racconta che l’Antonelli, scocciato perché gli operai addetti al mobilio stavano disturbando il suo pranzo, ordinò loro di montare una carrucola apostrofando che, se se i mobili non fossero entrati  neanche dalla finestra,  potevano tranquillamente romperla. Poi tornò a mangiare.

La storia di casa Scaccabarozzi, il nome deriva dal cognome della moglie dell’Antonelli, rinominata subito dai torinesi Fetta di Polenta sia per la sua forma che per il suo colore, è ben descritta nel libro di Cristina Fantuzzi e Elena Rolla “101 storie su Torino che non ti hanno mai raccontato”.

“Solo un architetto con una spiccata propensione alle sfide impossibili poteva concepire nella Torino del 1840 un edificio tanto atipico […] leggende metropolitane raccontano che la fetta di Polenta nacque per una scommessa; in realtà fu una speculazione azzardata a spingere Antonelli a inventarsi una soluzione sulla carta impossibile. Quando da membro della Società dei costruttori Antonelli collaborò alla lottizzazione di Borgo Vanchiglia e avvallò la demolizione di Casa Colomba per collegare via Giulia di Barolo e corso San Maurizio, sapeva bene di cacciarsi nei guai: quella era di proprietà della moglie di cui non rimaneva che un lotto minuscolo di trentasei virgola cinque metri quadrati e di forma assurda. A detta di tutti inutilizzabile. Ma non per lui che compensò la carenza di spazio con l’altezza e l’irregolarità dei volumi grazie a ingegnosi accorgimenti. Come per esempio sfruttando l’imbuto del trapezio, inutile per le stanze ma perfetto per la scala a chiocciola; ricavare ambienti vivibili anche nel sottosuolo; costruire finestre aggettanti  […]. Antonelli ci mise l’anima in quel progetto ma i torinesi, intimoriti dall’aspetto dell’edificio, non ne volevano sapere di affittare quegli appartamenti: paure assurde ribatteva l’Antonelli  che per dissipare ogni diffidenza aveva occupato con la moglie”.

Tuttavia la Fetta di Polenta è arrivata intatta, a differenza di altri edifici della stessa zona, fino ai giorni nostri passando tra l’esplosione della polveriera di Borgo Dora nel 1852, il terremoto del 1887, il nubifragio del 1904, i bombardamenti del conflitto mondiale e l’uragano del 1953.

Accanto a questa bizzarra costruzione c’è una casa che chiamavano dei carbonari perché qui si riunivano gli appartenenti alla setta segreta.Pare che in questa abitazione la temuta polizia austriaca sorprese alcuni cospiratori e li uccise durante un violento conflitto a fuoco. Si racconta che chi abita in quelle stanze senta presenze e veda spiriti e si hanno testimonianze di fenomeni misteriosi anche durante il lungo tempo in cui l’ambiente fu disabitato.

A pochi passi dalla Fetta di Polenta, anni fa, ho raccolto una curiosa testimonianza. Una storia misteriosa, una storia di fantasmi, libri e speranze.

Ve la racconto qui

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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