Piazza Vittorio – Passeggiate nel Mistero a Torino

Dai Murazzi risalgo verso piazza Vittorio, uno dei salotti di Torino lambita dal fiume Po che, anche da questo lato della città fa sentire incombente la sua presenza discreta e dirompente.

In particolare da piazza Vittorio mi piace ammirare la sommità della cupola della Mole che sbuca dai palazzi come se volesse ribadire la sua presenza in modo discreto e riservato. 

Piazza Vittorio Veneto, conosciuta dai torinesi semplicemente come piazza Vittorio, con i suoi circa trentotto mila metri quadrati è una delle piazze più grandi d’Europa.

Di costruzione piuttosto recente, essa fu progettata nel 1817 e completata nel 1825 dall’architetto Giuseppe Frizzi, che disegnò gli edifici e i portici lungo i lati in modo da nascondere visivamente il fatto che, da via Po al ponte, esiste un dislivello di sette metri.

Fino al 1919 la piazza si chiamava Vittorio Emanuele I, poi prese il nome attuale in ricordo della località legata alla vittoria nella Prima Guerra Mondiale.

A proposito della piazza il Gervasio annotò come una lapide, collocata ad altezza uomo sopra un pilastro dello stabile al numero civico 12, tesse le lodi dell’astronomo vogherese Luigi Plana che morì in quell’abitazione nel 1864. Una seconda effige, posta tra due finestre al piano nobile del civico 23, ricorda la permanenza a Torino del vate del Risorgimento Giovanni Prati, amico di  Paravia che dimorava nel medesimo palazzo.

La piazza fu ampiamente utilizzata anche durante il periodo del fascismo per le adunate militari e gli eventi ufficiali, come la visita del Duce, ma anche per la sfilata dopo la Liberazione di Torino.

Nel tempo, come ai giorni nostri, piazza Vittorio si popolò di caffè prestigiosi dalla vita notturna molto vivace e di alberghi rinomati, come quelli nominati da Luigi Rocca in “Viaggio sul tramway”: il Gallina antico ritrovo di guardie del corpo ed il Rondò che fu uno dei primi locali ad introdurre i concerti serali.

Nella piazza sorgevano anche il Gran Corso o Biffi o Caffè del Gas che fu pioniere dell’illuminazione a idrogeno. 

Negli anni Sessanta fu realizzata l’illuminazione della piazza con i tipici “lampioni impero con braccio a cornucopia”.

Al numero 5 di piazza Vittorio si trova il Caffè Elena, altro locale storico in stile liberty, dove Giuseppe Carpano mise a punto la ricetta del suo Vermouth. Ancora oggi sulla porta d’ingresso campeggia la storica insegna originale in vetro del Vermut Carpano dell’Ottocento.

A proposito di locali che a Torino di certo non mancano, sfogliando i menu di alcuni di essi sotto ai portici della piazza mi è capitato, come in altri luoghi della città, di poter scegliere cocktail a base di assenzio.

Verso la fine degli anni Settanta comparve a Torino una ambigua e misteriosa donna dal nome esotico: Jhyl Doreen. Profuga del Vietnam arrivava dagli Stati Uniti ed aveva dato vita ad una comunità che custodiva e venerava l’assenzio. 

C’è un passo della Bibbia che recita:”Dal cielo cadde una grande stella ardente come una fiamma e precipitò sulla terza parte dei fiumi e sulle sorgenti delle acque. Il nome della stella è Assenzio. E la terza parte delle acque diventò assenzio e molti uomini morirono a causa di queste acque perché erano diventate amare“.

In quegli anni circolarono in città alcuni opuscoli scritti dalla donna per cercare di reclutare adepti per la sua setta con l’intento di costruire un tempio come aveva già fatto a Los Angeles. All’interno di esso agli adepti venivano somministrate alcune gocce di assenzio conservate in un’anfora, per prepararsi alla predicazione dell’Anticristo.

Inquietante il fatto che la Doreen teneva in alta considerazione l’ideale di delitto puro, sacrificale, non motivato e non sporcato dai soldi come altrettanto inquietanti furono le parole proferite dalla donna durante una delle rarissime interviste:«L’Anticristo è nato e sta già operando. La sua azione si rivela con sette giganti del male collocati in differenti punti della terra. La loro attività è religiosa ma anche sociale e politica. Va alimentato tutto ciò che può disgregare e sfasciare. Occorre aumentare i dibattiti che sfocino in risse, favorire ogni crimine: droga, alcolismo, tutto può predisporre al caos degli ultimi giorni quando Lui si manifesterà».

Data la straordinaria capienza, piazza Vittorio è stata utilizzata in diverse occasioni per accogliere eventi come concerti, spettacoli o manifestazioni culturali di vario tipo. Inoltre, qui si svolgono tradizionalmente i festeggiamenti conclusivi per la festa patronale di San Giovanni Battista.

A Torino questa festa, che si celebra la notte tra il 23 e il 24 giugno, è cosa seria. Per alcuni studiosi deriverebbe da un antico culto solare di origine precristiana. Effettivamente, in epoca pagana, i giorni del solstizio d’estate erano strettamente legati ai ritmi e ai culti della natura.

Fu il cristianesimo, con l’intento di estirpare i riti pagani, a decidere che il 24 giugno si sarebbe festeggiato San Giovanni Battista, un santo che è spesso rappresentato con sembianze che si rifanno alla divinità agricola, quasi a testimoniare un possibile nesso tra il solstizio d’estate e i ritmi delle campagna e dei raccolti.

Il momento clou dei festeggiamenti della notte di San Giovanni a Torino è quello del farò (in piemontese significa falò).

Scrive a proposito l’antropologo Massimo Centini – Un’altra pratica legata a San Giovanni è quella che propone di danzare intorno alle grandi pietre, considerate cariche di poteri magici: tale esperienza si collega al ballo intorno al falò, che pur avendo caratteristiche formali diverse, risulta un soggetto simbolico importante nel meccanismo rituale del culto solstiziale – .

Si legge sul sito della Famija Turineisa, che con l’Associassion Piemontéisa, contribuiscono in maniera rilevante alla festa, che:

San Giovanni Battista fu da sempre patrono della città anche prima del 1490, quando dove oggi sorge il  Duomo,  esistevano le tre vetuste basiliche contigue e intercomunicanti che si protendevano fin sotto l’attuale Palazzo Reale: la prima, verso le mura, era dedicata al Salvatore, la seconda (battesimale) a San Giovanni Battista, la  terza a Santa Maria “della chiesa maggiore”.

In nome del Santo bisognava pagare le tasse al fisco, a lui erano indirizzati i doni dei fedeli e a San Giovanni i Canonici dedicarono l’antico ospedale da essi fondato “aperto per la salute temporale dei poveri ed eterna dei ricchi”.

Si hanno tracce di tale usanza già nel 1325 e dagli Ordinati Comunali si apprende che in tal circostanza veniva donato un abito nuovo al “trombetta civico”, era fatta designazione di alcuni Savi ad assistere alla festa e s’invitavano tutte le corporazioni d’arti e mestieri. In epoche meno remote e fino a tutto il 1819 la catasta si erigeva sul rettilineo della Doragrossa (via Garibaldi): da quell’epoca, per desiderio del Re, si collocò sull’asse mediano di contrada dei Cavagnari in corrispondenza del portone di Palazzo Reale. Al tripudio continuarono a presiedere , fino al 1854, le autorità costituite; le truppe del presidio sparavano a salve, dalla reggia assisteva la famiglia sabauda.

La vigilia della Festa di San Giovanni dalle campagne giungevano i contadini che si accampavano in piazza Duomo riparandosi con “baracche” di frasche e pergole di fiori, ingannando il tempo dell’attesa cantando e bevendo. Dopo le funzioni di chiesa aveva luogo la baleuria dei vignolanti con canti e “correntone”.

La sera si faceva una grande falò (il farò) in piazza Castello, presso Palazzo Madama, dove oggi sorge il monumento all’alfiere.  Gli abitanti di Grugliasco dovevano provvedere le fascine e nel quale si bruciavano anche le corde usate durante l’ultimo anno per le impiccagioni. Qui piantava anche le sue tende la Società degli Stolti che aveva il compito di regolare le feste di San Giovanni. Secondo la tradizione era uno dei Sindaci che doveva appiccare il fuoco alla catasta di legna.

Per parecchi anni la festività era stata sospesa e negli anni ’60 la città di Torino ha ripreso i festeggiamenti riproponendo il corteo storico curato dall’Associassion Piemontèisa.

La Famija Turinèisa dalla sua costituzione è sempre stata presente in Duomo per le cerimonie religiose, occupandosi della distribuzione dei pani della carità alla cittadinanza e alle autorità presenti alla messa. La tradizione vuole che i pani benedetti vengano distribuiti alla popolazione in ricordo della fine della peste del 1706.

Un tempo era ben radicata la credenza che i farò di San Giovanni servissero per conservare i frutti della terra, assicurare buoni raccolti, proteggere il bestiame da tuoni, grandine e malattie. Tra i riti propiziatori più curiosi c’è quello di bruciare le vecchie erbe nei falò e raccoglierne di nuove per conoscere il futuro, comperare l’aglio per assicurarsi un anno propizio, raccogliere un ramo di felce a mezzanotte e conservarlo in casa per aumentare i propri guadagni.

Per molto tempo, fino all’anno 1986, la piazza Vittorio è stata la principale sede del Carnevale torinese.

Il primo maggio 1971 la piazza fu teatro di un tragico fatto di cronaca nera, con l’uccisione a colpi di arma da fuoco di quattro persone nel bar all’angolo con Lungo Po Armando Diaz nell’ambito dei contrasti tra componenti del “racket” delle braccia nell’edilizia.

Percorrendo piazza Vittorio verso via Po, si incontra una strada: via Bava, una classica via del centro di Torino apparentemente normale che sembra non avere nulla in particolare da svelare finché non andiamo a ritroso nelle cronache.

Siamo nel 1900, il nuovo secolo si sta affacciando e con lui le ultime innovazioni del progresso e della tecnologia per quei tempi. I cittadini sono ignari che di fronte al loro destino ci saranno due guerre mondiali.

Lo Spiritismo muove i primi passi e a Torino vanno di moda, nei salotti bene e in quelli meno bene, le sedute spiritiche, i medium sono le nuove star. Quasi contemporaneamente in Italia e in gran parte dell’Europa, è in auge il Positivismo che è l’esatto opposto dello Spiritismo.

A Torino inizia a diffondersi la voce che, in una strada in borgata Vanchiglia, all’interno di una cantina si verificano fatti misteriosi: bottiglie che volano senza essere toccate e si posano in qualche angolo, sopra gli scaffali o si sfracellano contro i muri.

Dapprima è la voce popolare che fa da cassa di risonanza attirando frotte di curiosi in via Bava al civico 6. Poi ci si mettono i giornali che seguono la vicenda con sempre più interesse e morbosità. (La Stampa numero del 10 novembre 1900).

“La cantina dei fantasmi” come viene ribattezzata dagli organi di informazione dell’epoca, fa sempre più notizia e la storia trapela fuori Torino a anche fuori Italia.

A questo punto della storia, entra in scena Cesare Lombroso medico, scienziato, convinto scettico e altrettanto convinto positivista, celebre per le sue teorie che si basavano sul concetto del criminale per nascita, pioniere della moderna criminologia.

E’ a lui che uno studente napoletano, il Chiaia, racconta della cantina dei fantasmi in via Bava.

Lombroso ascolta la storia e ride. Poi, riprende un tono serio e chiede al suo interlocutore se non ha qualcosa di più serio di cui occuparsi.

Tuttavia il Lombroso, oltre ad essere uomo di scienza, aveva anche un altro innegabile pregio: la curiosità.

Fu così che il medico accettò l’invito a recarsi nella cantina in via Bava per vedere cosa stava succedendo. Era convinto, da buon positivista, di trovarsi di fronte a una burla architettata da qualche prestigiatore o impresario dei baracconi.

Il Lombroso raggiunse la cantina di via Bava, si fece chiudere dentro e si mise in osservazione.

Mentre si trova all’interno di quell’ambiente, all’improvviso, come in un film, come in un incubo, tre bottiglie prima vibrarono e poi si sollevarono per andarsi a posizionare su un altro scaffale più lontano. Mentre le bottiglie fluttuavano in aria spinte da mani forze sconosciute ed invisibili, il Lombroso ebbe l’impressione che tutto l’edificio si fosse messo ad ondeggiare.

Non potevano esserci trucchi esterni: lo scienziato aveva già controllato accuratamente prima di scendere in cantina.

Il Lombroso visibilmente scosso e stupito all’inverosimile, dovette ammettere che quei fenomeni non potevano scaturire che da un certo magnetismo, scientificamente non definibile e che non poteva essere ripetuto a comando.

Il medico non poté far altro che prendere atto degli eventi: «I fatti esistono – disse – e io dei fatti mi vanto di essere schiavo».

Ai tempi si era parlato di fantasmi ma non è esattamente ciò che si supponeva accaduto in quella cantina.

Probabilmente in via Bava si era verificato un fenomeno conosciuto con il nome di Poltergeist, caratterizzato da energie che si scatenano in modo violento in presenza di adolescenti.

Da notare come i misteriosi episodi della cantina di via Bava cessarono quando un giovane garzone, che lavorava nell’osteria ospitata sopra la cantina dei fantasmi, fu licenziato.

Sempre in via Bava si racconta di una casa maledetta con misteriose morti e strani fenomeni di voci e presenze all’interno degli appartamenti e, ancora, al numero 26 esisteva una abitazione dove, negli anni Cinquanta, si sentivano colpi molto forti sui muri e si registravano fenomeni di telecinesi ossia oggetti che si spostavano senza che nessuno li toccasse. Per risolvere la situazione intervennero preti ed esorcisti ma le loro azioni furono vane. alcuni medium scoprirono poi che la sabbia utilizzata tra i materiali per costruire quella casa proveniva da una cava dove furono seppellite alcune persone brutalmente uccise. I fenomeni cessarono solo quando l’edificio fu abbattuto.

Torino fu la prima città in Italia che accolse lo spiritismo. Nel 1856 nacque la prima Società Spiritica Italiana dalla quale fu costituita, nel 1863, la Società Torinese di Studi Spiritici che pubblicò gli Annali dello spiritismo in Italia testo di indubbio riferimento per tutti i cultori della materia. A dirigere la pubblicazione dal 1865 fu Vincenzo Scarp, primo segretario del Conte di Cavour, che si firmava con lo pseudonimo di Niceforo Filatete. Egli sosteneva:”Gli spiriti non sono astrazioni, ma esseri definiti, limitati, circoscritti: incarnati nel corpo, ne costituiscono l’anima. sciolti da lui conservano una spoglia fluidica più leggera”.

Da notare che intorno a questi club spiritici, per dirla all’anglosassone, si riunivano personalità di spicco come, solo per citarne alcuni: Cavour, Mazzini, D’Azeglio e Garibaldi. 

In piazza Vittorio è ubicato il tempio massonico del Gran’Oriente d’Italia. Nel 1765 a Torino nasceva la Mysterieuse prima loggia massonica che annoverava tra i suoi adepti la maggior parte dei nobili della città.

Sotto i portici della piazza si trovava la bancarella dei libri usati di Giuseppe Borgna una delle mete preferite dello scrittore Emilio Salgari. 

Il 22 febbraio del 1952 molte delle persone che si trovavano a passeggiare per piazza Vittorio rimasero con il naso all’insù a guardare stupefatti un disco volante nel cielo. Tra i testimoni c’era Benedetto Lavagna un radiobiologo che curava le persone con la cromoterapia.

Fotografie di Gian Luca Marino

Fonti bibliografiche:

M. Centini, 17 itinerari del Mistero a Torino tra mito magia e storia, Priuli & Verlucca

D. Tacchino, Torino storia e misteri della provincia magica, Edizioni Mediterranee

R. Rossotti, Torino esoterica, Newton & Compton Editori

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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