Ibiza – La Marina e Sa Penya

Non riesco a calcolare le volte in cui ho passeggiato per queste vie. Di giorno, di sera, in estate con una ressa incredibile di gente e i locali tutti aperti; in inverno, quando invece tutto è chiuso e le strade sono deserte…

La prima volta in città fu il bianco delle case uno dei colori che mi rimasero impressi assieme al blu di alcune porte in legno sprangate da enormi chiavistelli.

Più camminavo e più prendevo confidenza con la città.

Ricordo che tenevo sempre lo sguardo rivolto verso Dalt Vila che a sua volta mi dava l’impressione di ricambiare arcigna il mio sguardo. Non vedevo l’ora di poter visitare quella parte di Ibiza.

Poco prima di sbucare sulla banchina del porto, zona di passeggiate, notai la vetrina di un negozio aperto che vendeva monili e accessori in pelle.

Giusto per curiosare entrai all’interno. Seduto su una poltrona c’era un signore sulla sessantina con una enorme chioma di capelli ricci e bianchi. Aveva la pelle consumata dal sole e vestiva con un paio di bermuda e una Tshirt bianca.

Si chiamava Antonio, era siciliano di Catania e ci raccontò di come era approdato ad Ibiza e di come la Isla gli aveva cambiato la vita.

I quartieri de La Marina e di Sa Penya, si sviluppano intorno al porto. La parte antica della zona, si è formata nel  XVII secolo. Le abitazioni sono basse e richiamano l’architettura coloniale. Le stradine ricche di negozi, boutique, ristoranti e locali,  si snodano da Passeig Maritim de La Marina fino a Carrer de Barcelona e  Carrer de la Virgen.

Il quartiere è protetto dal suo patrono Sant Salvador con l’omonima chiesa, un tempo Sant Elm, la cui festa ricorre il 6 di agosto. In questa data ricorre la festa di Sant Salvador. Al santo, che si chiamava precedentemente Sant Elm, è dedicata una chiesa che si trova in calle de Josep Verdera.

Sa Penya la collina, sa Penya de Santa Lucia, la Collina di Santa Lucia, fu chiamata così dopo la costruzione  della chiesa in onore della Santa. Il quartiere era un tempo il luogo dove viveva la gente meno abbiente di Ibiza, persone che non potevano permettersi di vivere a Dalt Vila, la parte fortificata, per difendersi dagli attacchi dei pirati arabi. Poi negli anni i lavoratori del porto costruirono le loro case per essere più vicini al lavoro. La strada principale di Sa Penya, Calle de la Virgen (Carrer de la Madre de Deu) a dispetto del nome, verso sera è il luogo di ritrovo dei gay.

Appena giunsi sulla passeggiata adiacente al porto avvertii una sensazione strana. Yacht lussuosi, barche a vela, contrastavano con le stradine tranquille e tipiche che avevo percorso poco prima.

Mi sedetti su una delle panchine del molo in osservazione. Sentivo il profumo intenso del mare, seguivo con lo sguardo i gabbiani che volavano immersi nel blu del cielo e del mare seguendo strane traiettorie e soprattutto guardavo le persone.

Ad un certo punto arrivò un’imbarcazione enorme, elegante, lussuosa con l’equipaggio a prua che si stava dando un gran da fare per le manovre d’attracco.

Lo yacht batteva bandiera inglese; chiesi a me stesso di chi poteva essere quell’imbarcazione.

Accesi un’altra sigaretta intento a seguire l’attracco. Ad un certo punto, con una manovra ardita, la barca fece un giro a centottanta gradi su se stessa e indietreggiò di poppa parallela alla banchina.

Mentre i marinai sudavano sempre di più per assicurare il natante alla struttura portuale, sul ponte di poppa, una famiglia composta da padre, madre e due bambini, stava tranquillamente mangiando seduta a tavola. Penso proprio fossero loro i proprietari dello yacht.

Per i pirati attraccare a Ibiza non doveva essere così semplice. Essi hanno storicamente giocato un ruolo importante sull’isola perché ne hanno forgiato determinati aspetti non solo architettonici.

Nel giorno della festa del 6 agosto si ricordano i corsari che a Ibiza hanno un monumento in  plaza de Antoni Riquer vicino al molo. Si tratta dell’unico monumento al mondo dedicato ai pirati, assieme a quello che gli inglesi costruirono in onore di Sir Francis Drake, opera dell’architetto catalano Augusto Font.

Nel 1906, in coincidenza con il centenario della cattura della nave Felicity ad opera della goletta ibizenca San Antonio e Santa Isabel, guidata da Antoni Riquer, fu posata la prima pietra dell’obelisco.

La battaglia fu epica. Gli stranieri, che navigavano con bandiera britannica, erano superiori come numero di marinai e molto meglio equipaggiati in armi. Essi erano al soldo di un terribile e famoso pirata: Miguel Novelli, alias The Pope.

Nel 1915 l’obelisco fu finalmente inaugurato. Esso rende omaggio a tutti i coraggiosi marinai che, nei secoli, hanno rischiato la loro vita e in alcuni casi l’hanno persa nelle acque del Mediterraneo per proteggere l’isola. I pirati di Ibiza non avevano una cattiva reputazione.  Il loro mito si alimentò sotto la copertura della licenza di privatizzazione che la Corona concesse per le loro rischiose missioni.

I pirati inventarono un’arma per i tempi micidiale: i vasi di fuoco. Erano contenitori che si riempivano di polvere da sparo e venivano lanciati sulle navi nemiche provocando ingenti danni incendiari.

I misteri di Ibiza a volte arrivano anche dalla sua parte “sommersa”. A quarantasette  metri di profondità, al largo del porto, si trova infatti il più grande relitto marino, tra quelli visitabili con immersioni, di tutto il Mediterraneo.

Era l’11 luglio del 2007 quando il “Don Pedro” si trovò di fronte un isolotto dal nome “Dau Petit” che, come l’iceberg del Titanic, ne segnò la disfatta. Al momento dell’impatto l’imbarcazione trasportava centocinquanta tonnellate di benzina e cinquanta di gasolio. La fuoriuscita dei liquidi provocò la chiusura di tre spiagge in piena stagione turistica. A bordo della nave c’erano diciotto membri dell’equipaggio e due passeggeri, i quali si ritrovarono totalmente stupiti quando, dopo un’ora circa dall’impatto, il capitano dovette dare l’ordine di abbandonare la nave. Pare che alcuni non sapessero nemmeno indossare il giubbotto di salvataggio. Fortunatamente la vicinanza al porto e la buona temperatura, evitarono una tragedia che avrebbe potuto assumere toni ben più drammatici.

In Avigunda de los Andantes, la passeggiata del porto per intenderci, oltre alla statua del marinaio omaggio ai popoli del mare, nella direzione opposta è stato  installato nel 2016 il monumento agli Hippy “Padre e hija caminando” realizzata, a grandezza naturale, dallo scultore Ciò Abellì il quale ha riprodotto l’immagine scattata dal fotografo Toni Riera nel 1972.

La scultura è stata finanziata niente meno che da Ricardo Urgell il signor Pacha con il preciso scopo di celebrare la cultura della libertà contro il turismo di massa.

La storia degli Hippie e di Ibiza sono strettamente legate almeno in un certo periodo di tempo per la cultura di massa.

I primi hippies arrivati a Ibiza negli anni Sessanta erano americani, la maggior parte di buona famiglia, scappati dagli Stati Uniti per evitare la Guerra del Vietnam. Gli ibizenchi li chiamavano “peluts” (l’equivalente del nostro “capelloni”). Si installarono nell’entroterra, comprando le case che i contadini avevano lasciato libere per trasferirsi sulla costa nel momento del boom economico. Erano molto ben voluti dalla gente del posto. Gli hippy fuggivano dalla società del consumo, cercando una forma di vita alternativa, a contatto con la natura e intrisa di spiritualità.

In particolare tutta la parte dei municipi di San Joan, San Miguel e San Mateu furono le zone dove vivevano. I loro siti preferiti erano le spiagge di Benirras, Cala d’Hort/Sa Pedrera (soprannominata Atlantis) e Punta Galera. I luoghi di ritrovo erano il Bar Anita a San Carlos, il Bar Vista Alegre a San Joan e il bar Las Dalias.

Una seconda ondata arrivò a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta. Molti di loro erano artigiani e crearono il primo mercatino hippy a Es Canar nel 1973. Il mercatino di Las Dalias  iniziò nel 1985.

Arrivarono ad esserci tra i quattromila e i cinquemila hippy sull’isola, una comunità molto ampia.

Un momento importante fu l’uscita del film «More» nel 1969, girato interamente sull’isola. Non dimentichiamoci che il 1969 é anche l’anno del famoso concerto di Woodstock, che sancisce l’esplosione del fenomeno hippies.

Dagli anni Ottanta a Ibiza arrivò il turismo di massa. Il movimento hippy iniziò a calare e molti di loro si spostarono verso l’India. Il declino degli hippy fu anche l’arrivo dell’eroina nella seconda metà degli anni Settanta e dell’AIDS, che spense il loro sogno.

Bob Marley tenne un mitico concerto a Ibiza nel 1978 nella Plaza de Toros (attualmente non esiste più, c’è una piazza al suo posto, dedicata proprio al Jamaicano). La «Plaza de Toros» si trovava nella parte di Eivissa dove attualmente si trova l’Hotel Royal Plaza. Costruita nei primi anni Sessanta e distrutta a metà anni Ottanta, non ebbe mai un grande successo perché gli ibizenchi non erano grandi amanti di questo cruento spettacolo. Suonò lì anche Eric Clapton e fu mitica la performance dei Pink Floyd a Formentera.

Prima ancora degli Hippie, è l’anno 1933 che segna sicuramente il primo contatto tra l’isola e personaggi venuti da fuori. In quel periodo si trattava per lo più di artisti, scrittori e filosofi, di origine ebrea, scappati dalla Germania per fuggire al Nazismo. Il più famoso é sicuramente il filosofo Walter Benjamin, che inviava sotto pseudonimo i suoi articoli al Frankfurt Zeitung. Sono gli anni anche del primo contatto dell’architetto Erwin Broner con l’isola. Fu lui il primo a costruire uno stabilimento balneare a Ibiza, a Talamanca. Tra gli altri nomi si ricordano Raul Hausmann, artista, e Paul Gaugin, nipote del famoso pittore.

Tra il 1936, anno dello scoppio della Guerra Civile Spagnola e il 1945, anno di fine della seconda guerra mondiale, Ibiza passò, come del resto tutto il mondo, i suoi anni bui.

Il 1950 é l’anno dell’apertura dell’aereoporto e l’arrivo dei turisti si fa mano a mano più massivo.

Gli anni Cinquanta furono l’epoca dei Beatnik (termine denigratorio coniato da un giornalista americano per definire i membri della Beat Generation, che furono un po’ i “padri” del movimento hippy), e degli artisti che crearono il Gruppo Ibiza 59 (i più famosi furono Erwin Bechtold, Hans Laabs e lo stesso Broner). Famosa in questo periodo è anche la presenza a Ibiza del noto falsario Elmyr de  Hory.

Nel frattempo iniziò a svilupparsi il turismo. Le prime urbanizzazioni create  furono quelle di Cala Vedella, Portinax e Cala San Vincente.

Negli anni le mie passeggiate proseguirono anche per quegli angoli incantevoli tra Placa sa Riba dove un viale termina accanto a un vecchio edificio che un tempo era la Confraternita dei Pescatori e Sa Torre dove esiste un posto di guardia dal quale si può ammirare uno splendido panorama. 

Sa Penya è un vero e proprio dedalo di viuzze posto nella zona più a nord e roccaforte dei gitani. 

In questo quartiere mi sono state riferite misteriose storie di fantasmi che si aggirano di notte tra quelle mura ricche di secoli di tradizioni marinare. 

A Sa Penya c’è Casa Broner, uno dei segreti meglio conservati della città.

La storia di Davide Traversa

Ibiza é stata, fin da tempi remoti, una sorta di rifugio per persone che scappavano da qualcosa o qualcuno. É ben conosciuta la storia dei figli di facoltose famiglie americane che arrivarono sull’isola negli anni 60, per sfuggire alla Guerra del Vietnam e formarono la prima comunità hippy. Questa volta però andiamo più indietro nel tempo, agli anni 30, quando sull’isola arrivarono molti artisti, per lo più di origine ebrea, in conseguenza dell’avvento del nazismo in Germania. Fra questi, una figura che intrecciò un rapporto intenso e profondo con quest’isola, l’architetto  e pittore Erwin Broner.

Egli fu subito affascinato dall’isola e in particolare lo colpì molto l’architettura delle case rurali. La sua prima opera fu lo Stabilimento Balneario di Talamanca. Negli anni 30 a Ibiza il turismo é praticamente inesistente e questa nuova installazione suscita molta curiosità. A quel punto però scoppiò la Guerra Civile Spagnola e Erwin fu costretto a scappare di nuovo, stavolta negli Stati Uniti. Nel frattempo, mentre si sposa per la seconda volta, conosce una giovane americana, Gisela, che mostra una incredibile passione per l’architettura dell’artista e tra i quali si innesca una connessione speciale. Diventerà a sua terza e ultima moglie. Ma Erwin ha un sogno: quello di tornare in Europa e in special modo in quell’isola del Mediterraneo dove, parole sue, « si era sentito davvero libero per la prima volta nella sua vita». Riesce infine a installarsi sull’isola con Gisela e comprano un piccolo terreno a Sa Penya dove costruiscono una casa su due piani, frutto di tutte le ricerche e i gusti dell’artista.

La casa ha una posizione fantastica, sulla punta più a sud, con una vista incredibile su Botafoch, il porto e Formentera. Broner e Gisela vivranno qui il resto della loro vita. Broner muore nel 1971 ma Gisela, molto più giovane di lui, gli rimarrà fedele e continuerà a vivere sola in questa casa che infine verrà donata, dopo varie vicissitudini, all’Ayuntamiento di Ibiza.

Sono stato a visitare più volte questo posto, ai più sconosciuto, eppure così bello e ricco di storia e ho raccolto alcuni aneddoti davvero interessanti.

Tra questi sicuramente il più intrigante è una botola, che si trova in giardino e sotto la quale pare ci siano almeno 4 stanze segrete. Non si sa bene l’uso di queste stanze ma pare che vi si svolgessero feste segrete. L’architetto aveva studiato una serie di porte che davano privacy assoluta alla casa. Non ci sono testimonianze dirette ma ci piace sognare pensando che anche i due geni assoluti dell’epoca, Salvador Dalì e Pablo Picasso, siano passati di lì…

Pare inoltre che Broner avesse costruito un’accesso diretto alla piccola spiaggia situata proprio sotto la casa, dove hanno imparato a nuotare molti figli di pescatori ibizenchi residenti il quel barrio.

Ci sono molte curiosità nella casa. Ad esempio nella casa ci misero molto tempo a trovare la cassaforte, che Erwin aveva occultato in un ingegnoso armadio di legno. Il design di alcuni mobili sono stati ripresi da Ikea molti anni dopo. Aveva inoltre un bagno che era privato solo per la coppia, mentre a fianco dell’ingresso c’era una stanza con un piccolo water, per gli ospiti. C’è inoltre un ingegnoso sistema di aerazione contro i cattivi odori.

Negli anni 80 Sa Penya divenne uno dei più grossi mercati dell’eroina d’Europa e la povera Gisela, che continuò a vivere nella casa, fu ritrovata in un angolo impaurita dopo aver passato giorni senza uscire da quelle mura.

Alla morte di Gisela la casa fu spesso occupata da eroinomani che vivevano nella zona.

Broner fu anche uno dei primi ad accorgersi dell’incontrollato e distruttivo sviluppo dell’isola e già nel 1965 pubblicò un articolo chiamato “Riflessioni sopra il futuro di Ibiza”, dove mostrava le proprie preoccupazioni per le conseguenze dell’ignoranza, degli interessi materiali e di una limitata capacità delle autorità di prevenire le azioni di singoli individui e di gruppi organizzati.

In questi quartieri di Eivissa, a ridosso della salita che porta a Dalt Vila, si trova il Mercat Vel (il vecchio mercato) costruito nel 1872 con la forma di un tempio greco. Qui i contadini venivano a vendere i prodotti della campagna. Ancora oggi si trovano ortaggi e frutta.

In un angolo che quasi non si vede del mercato, sotto la struttura, esiste un minuscolo chiosco che serve i migliori panini al tonno della città arricchito da verdure sottaceto s sottolio. La baracchina è gestita da una giovane ragazza avanguardia di una famiglia che da generazioni serve i bocadillos in quell’incantevole luogo a cui sono stati dedicati anche parecchi articoli di giornale. 

Una targa in una casa di piazza del mercato vecchio, ricorda la nascita di Joan Castelló Guash, gran folklorista e narratore di saperi popolari.

L’ampliazione del porto di attracco delle grandi navi da crociera ( la zona che rimane prima del faro di Botafoch) ha richiesto grandi opere anni fa e ha portato alla scomparsa di una spiaggia che portava con se una curiosa leggenda. Si chiamava «La playa de los duros».

Il «duro» era il nome che veniva dato comunemente alla peseta spagnola (ancora oggi si usa l’espressione «no tengo un duro» per dire che non si ha una lira).

La leggenda che dà il nome a questa spiaggia, affonda le radici ai tempi dei pirati e dei corsari, quando i saccheggi e le scorribande imperversavano in acque ibizenche. Un galeone carico dei più preziosi gioielli fu attaccato e affondato nelle vicinanze di questa spiaggia. Capitava così che quando il mare era in burrasca, venivano ritrovati sulla spiaggia anelli e monete d’oro.

Oggi quella spiaggia purtroppo non esiste più. E con lei anche i suoi tesori.

Quello che invece merita una visita è la cima di s’illa Plana, la collina al finale del molo artificiale, dalla quale si ha una vista fantastica e nella quale si può ancora vedere una batteria antiaerea dove i cannoni iniziarono a sparare il 24 agosto 1937, in piena Guerra Civile Spagnola.

Tratto dal libro di Gian Luca Marino Ibiza misteriosa con le storie di Davide Traversa Undici Edizioni

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

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