Diario coronavirus /1

Il 15 di febbraio stavamo festeggiando i primi giorni trascorsi all’interno della casa nuova con un cortile tutto per noi. Non avremmo mai immaginato quanto quello spazio all’aperto ci sarebbe stato utile.

Domenica mattina, 8 marzo festa della donna, la città in cui abito entra in zona rossa in piena emergenza coronavirus; succede tutto nel giro di una notte…

Non ci potevo credere. Nei giorni precedenti il coronavirus si era già affacciato nelle nostre vite: ordinanze che vietavano assembramenti al chiuso e all’aperto, le scuole chiuse. I bar e i ristoranti erano ancora aperti. Sì certo occorreva mantenere un metro di distanza, comparivano guanti e mascherine ma un caffè si poteva ancora prendere. Dopo no, hanno chiuso tutto, tranne i supermercati e gli alimentari. Per fortuna hanno lasciato aperti anche le farmacie, i tabacchi e le edicole.

Il virus arriva da lontano, dall’oriente, dalla Cina. E lì sembrava rimanere confinato almeno nei pensieri, percepito con distacco come una minaccia lontana. 

Invece da oriente si è spostato verso ovest, in Europa, in Italia e poi in Lombardia fino ad espandersi ovunque.

Arrivano le ordinanze. Siamo tutti in quarantena, nessuno deve uscire più di casa. 

Arrivano anche i contagi, gli asintomatici, i malati e i morti.

Ci sono medici, infermieri, oss, personale delle pulizie a combattere in prima linea senza sosta. 

Tutto passa in secondo piano, anche il calcio che si ferma e in Italia  a fermarlo è cosa ben difficile.

Si può solo uscire per esigenze di lavoro, anche se adesso tutte le attività produttive e gli uffici sono chiusi. Si può portare a passeggio il cane, andare a fare la spesa. 

La città è quasi deserta. 

Se io al mattino voglio andare a prendere un caffè con il cornetto e il bicchierino di acqua gasata come ho sempre fatto non è più possibile. 

La sera il silenzio è surreale rotto solo dal suono lugubre delle ambulanze. L’economia è ferma, il mondo sta cambiando non sarà mai più quello di prima ed e forse è meglio così. Perché sono convinto che questo virus sia il prodotto di un mondo malato, non più umanamente sostenibile e la natura ha voluto darci una lezione, di quelle grosse, epocali.

Stiamo tutti aspettando una fine di un contagio globale che non arriva e non sappiamo quando arriverà.

Il supermercato dicevo. La spesa si deve pur fare. Si va con i guanti e le mascherine. C’è una sorta di diffidenza verso tutte le persone che si incontrano. Si cambia marciapiede.

Un giorno mentre stavo facendo la spesa c’era una commessa. 

Ho scritto su Facebook:

E meno male che internet funziona e ci sono i Social. Stanno andando molto i video, le dirette, si cerca di portare on line tutto, di stare in contatto, come se il vero mondo fosse quello. E forse lo è, almeno quello dei rapporti sociali. Social appunto. Le piattaforme hanno assolto il loro compito.

Poi ci sono le video chiamate whatsapp, si organizzano gli aperitivi, le cene. Ognuno a casa sua in collegamento con altri. Abbiamo anche fatto un’ora di meditazione con questo strumento.

Internet è un bisogno primario e di questo ne ho anche avuto la prova. È successo che essendo entrati nella casa nuova non avevamo ancora il collegamento e si doveva gestire tutto con la connessione del cellulare. Prima di non poter più uscire, prima che tutti chiudessero ero andato da un operatore per attivare il contratto di linea telefonica e internet. Poi mi hanno chiamato che non era più possibile per emergenza coronavirus. Poco male, capivo la situazione e avrei continuato a connettermi con lo smartphone. Due giorni dopo mi chiamava la responsabile commerciale della compagnia telefonica dicendomi che avevano ricevuto disposizioni governative per attivare le linee in sospeso. È venuto un tecnico con mascherina e guanti e a debita distanza, lavorando più che altro fuori mi ha attivato la linea.

Poi ci sono le telefonate. Sento sempre tre persone ogni giorno più durante la settimana altre persone. Quelle tre telefonate ormai hanno scandito un appuntamento fisso nella giornata. 

C’è paura. Una paura atavica, terribile, per un nemico invisibile che sta attaccando. Qualche notte fa mi ero scoperto perché avevo caldo e mi sono svegliato con il naso costipato. Me la sono fatta sotto, un’ansia tremenda, immaginavo già che fossero i primi sintomi. Poi mi è bastato uscire in cortile, prendere un po’ d’aria e tutto è passato. 

E poi c’è il timore per un futuro totalmente incerto, per il lavoro fermo, per i soldi che non arrivano, per capire come sarà uscirne.

Gli appuntamenti più importanti della giornata sono il pranzo e la cena.

Scrivo molto in questo periodo. Mi serve per alleggerire la tensione, per non provare ansia. Leggo le notizie tutto il giorno. Riguardo il mio archivio fotografico e ripercorro tutti i luoghi fotografati che non so quando riuscirò a vedere.

Andare da casa mia fino al centro della città, per un tragitto che dura cinque minuti a piedi mi sembra come prendere e andare a Milano. Semplicemente non posso, non ho un motivo valido per farlo.

Allora mi rendo conto di come prima non mi accorgevo della libertà, delle piccole ma grandi cose come una cena al ristorante, un salto in libreria o semplicemente passeggiare dove e quando mi pare.

Ogni giorno sembra una settimana, ogni settimana un mese.

Per fortuna che in casa ho il mio studio, la terrazza grande con le tende bianche e il cortile.

Ogni mattina scendo in cortile e anche al pomeriggio. Passeggio lentamente, mi soffermo ad osservare le piante perché sono affascinato dalla loro natura e mi dicono molto.

Scatto alcune foto, scrivo dei pensieri e li condivido. 

Ecco quelli che ho scritto fino ad ora:

Pubblicato da Passeggiate nel Mistero - Gian Luca Marino

Gian Luca Marino scrittore e reporter del mistero

2 pensieri riguardo “Diario coronavirus /1

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